La ripresa economica

Alla fine degli anni quaranta, inizia il miracolo economico italiano. Gli investimenti passano, dal ’52 al ’62, dal 7 al 12 per cento del prodotto nazionale lordo, il reddito nazionale cresce a tassi superiori al 6%; i consumi aumentano, arrivano gli elettrodomestici, la televisione, le automobili. All’inizio degli anni sessanta l’Italia sembra una paese che in meno di 15 anni si è sollevato dalla guerra, ottimista, positivo e creativo. Milano per qualche tempo sogna di diventare capitale d’Europa, e il sindaco Virgilio Ferrari la candida al titolo, pur senza successo. Alcuni cittadini italiani continuano però a restare ai margini; considerati inutili e irrecuperabili, difficilmente possono giocare un ruolo economico: sono gli ex-carcerati e i malati psichici spesso loro stessi con problemi con la giustizia.

La Chiesa continua ad incoraggiare l’opera dei cattolici all’interno della società italiana. Prima, durante e nell’immediato dopoguerra i pastori sono stati a fianco della popolazione, dei fedeli, anche nei momenti più drammatici. Meno noti sono i gesti di paternità concreta e soprattutto il legame, le relazioni dirette che si sviluppano tra pastori e personalità cattoliche di primo piano. Il cardinal Montini per esempio è molto sensibile al problema dei carcerati e per questo aiuta l'As.Fra. e, una volta diventato papa, non potendo più far seguire dal suo segretario tutto quello che è il problema dei carcerati di Milano, lascia alla dottoressa Bonolis un libretto di risparmio con la somma di 54 milioni.

CASA SAN PAOLO

Quest’ultima opera è il completamento naturale del percorso di Adele Bonolis. Le donne, finora, sono state assistite in tutte le loro difficoltà: ex prostitute, ex carcerate, malate di mente, autosufficienti e non. Non vi è però ancora nessuna attenzione al mondo maschile, specie quella parte in grave difficoltà, socialmente pericoloso se lasciato a se stesso. Occorre pensare a quei detenuti che, scontata la pena, o dimessi dai manicomi giudiziari, si ritrovano in mezzo alla strada, senza soldi, senza lavoro, senza casa e senza prospettive per il futuro.

Iniziai così la mia attività come direttore dipendente, direttore del laboratorio.
Assistevo gli ex-carcerati, che erano la maggioranza allora nella casa, e con problemi di violenza, per loro cercavamo lavoro in conto terzi e li retribuivamo in un modo che valorizzasse il loro impegno, cioè chi lavorava veniva retribuito per la quantità dei pezzi che faceva. Era un lavoro libero, non era un «cottimo». Ognuno individualizzava la propria posizione. E da lì ha iniziato a valorizzare l'uomo come tale.
Piano piano con la dottoressa nei primi anni abbiamo un po' fatto queste elaborazioni per valorizzare l'uomo sul posto di lavoro. Perché diceva che era giusto, riconoscerlo nelle sue qualità, ma anche avere l'assistenza a livello farmacologico perché a volte con alcuni soggetti bisognava intervenire. Bisognava intervenire, tanto più perché alcuni erano «morti per l’anagrafe»: di loro al massimo sapevamo il luogo di nascita, ma poi non avevano residenza alcuna, sbandati come erano; e proprio perché sbandati spesso erano preda della violenza, verso se stessi e verso gli altri.

 

< Torna